In Inghilterra quando si dice Elisabetta tutti capiscono che si allude alla Regina d’Inghilterra. In Italia quando si dice Carla tutti che capiscono che si allude a Carla Fracci, che è la nostra regina, regina di grazia, di dolcezza, di bellezza, regina di una bravura che ormai le ha imposto sul capo così fragile l’enorme peso dell’omaggio di tutto il mondo.
Il suo curriculum è una specie di storia della danza e dal 1958 quando fu nominata ballerina solista presso la Compagnia della Scala la rivela protagonista delle danze più belle e difficili e famose: è stata lei a imporre alla nostra consapevolezza i nomi fatali di Giselle, di Romeo e Giulietta, della Silfide. Intanto ha accumulato premi e celebrità, è stata chiamata la reincarnazione di Maria Taglioni, la Duse della Danza, la nuova Sarah Bernhardt, la Silfide nata con le ali, Giselle leggendaria, apparizione miracolosa, mostro sacro della danza, in tutto il mondo, alla Scala e a Nervi, col balletto americano a New York e a Spoleto, a Chicago e a Londra, in Danimarca e a Montecarlo, in Australia e a Tokyo, a Charleston e a Buenos Aires: inutile continuare: basti pensare a tutti i teatri d’opera più importanti del mondo.
Credo siano pochi tra noi a non averla vista comparire sul palcoscenico coi suoi vestitini bianchi e il suo visino come sorpreso di vincere senza fatica, quasi in un gioco, la legge di gravità e lo scontro tra la realtà e la fantasia, la realtà e la grazia, la realtà e il sogno di un’immagine incorporea. Quando Carla compare quelle mani, quelle mani, quelle mani che danzano senza peso è come se guidassero i passi di una rincorsa senza fine di quella figurina da adolescente verso un mondo che conosce solo speranza e attesa di miracoli e dolcezza.
Per questo incontrarla fuori dal palcoscenico è sempre una sorpresa, come dicono i ragazzi, mozzafiato. Una volta nel caos dell’Arena di Verona avevano messo la sua rastrelliera di scarpini vicino a uno degli accessi al palcoscenico. Non so quanti fossero gli scarpini, sembravano duemila e anche sembravano soltanto un paio, scarpini miracolosi in attesa dei passi che li avrebbero resi creature vive, e lì in quegli spazi enormi si rivelavano coi loro nastri nella denuncia di una realtà magica, gli scarpini delle fate, gli scarpini di quella fata che è Carla Fracci per chiunque l’abbia vista danzare.
Eppure fuori dal palcoscenico non è una fata, è una paziente professionista che non smette un attimo di pensare al suo lavoro. La ricordo in un teatro all’aperto a Torre del Lago una sera che il tempo incerto minacciava la pioggia e tutti stavano a difendere i loro violini o le loro parrucche; fuori dei ripari, aggrappata a un tubo innocenti come una sbarra, Carla impassibile “si scaldava le gambe”, come dicono loro, senza stancarsi e senza annoiarsi, facendo diventare quel tubo arrugginito una specie di miracoloso supporto per la sua agilità.
E la ricordo a Roma, in una piccolissima palestra tenuta da un personaggio del folklore romano, che da bambino faceva il garzone parrucchiere e ha perso un occhio per un guasto ala serranda del negozio, ma forse perché erano altri tempi, invece di diventare un fannullone si mise a studiare da massaggiatore e diventò presidente di non so che associazione professionale; il suo orgoglio è che andava da lui Nureyev e andava da lui, arrivando a Roma, Carla Fracci. Un giorno cercavo di raggiungere il mio lettino in un groviglio di corridoi ma vennero a fermarmi tre inservienti: non potevo passare da un certo corridoio perché Carla Fracci stava facendo la doccia e se c’era Carla Fracci tutto si doveva fermare. Tutto, fino a quando lei lo avrebbe rimesso in moto come una bolla incorporea di grazia solo accarezzando l’aria con quelle mani magiche e sfiorando un pavimento come se fosse disincarnato.
Questo libro è come un castello di destini e di sguardi incrociati. Vi confluiscono molte storie: di artisti, di spettatori, di teatri. Ma soprattutto è la storia di una ballerina, Carla Fracci, tra le più grandi del Novecento, seguita nelle tappe dell’ultimo decennio da una fotografa artista, Lucia Baldini, che è a sua volta un caso raro. Perché sono pochi i fotografi che riescono a tradurre in immagini la danza senza pietrificarla, e cogliendone invece il mistero. Appostata in un angolo del palcoscenico o della sala prove, Lucia Baldini arriva con l’obiettivo fotografico al cuore della scena che accade davanti a lei. Ha confessato una volta che a guidarla non è la plasticità dei corpi, o la geometria che essi creano nello spazio, o l’espressione dei volti, ma la musica. È la musica a stabilire quello che i greci chiamavano il καιρ?ς, il momento giusto, e dunque la frazione di tempo più propizia allo scatto. In tal modo l’immagine che noi vediamo non giunge come qualcosa di esterno, ma germina dalla medesima necessità espressiva che determina la rappresentazione.
E tuttavia tutto questo non sarebbe possibile senza una intesa straordinaria tra chi guarda e chi è guardato. Senza una tacita complicità, senza una profonda e reciproca pietas. È un rapporto per molti versi simile a quello che Samuel Beckett delinea in un passo di Giorni felici, quando Winnie dice: «Qualcuno mi sta ancora guardando. (Pausa) Si prende ancora cura di me. (Pausa). È questo che trovo meraviglioso. (Pausa) Occhi sui miei occhi».
A differenza di Buster Keaton, che in Film cerca in tutti i modi di sottrarsi all’occhio implacabile che lo insegue, Winnie, conficcata in un monticello di terra che la costringe a una progressiva immobilità, non sfugge allo sguardo. È anzi consapevole di sé proprio in quanto oggetto dell’osservazione di un altro. Le parole di Beckett alludono alla suprema questione metafisica della presenza di Dio, ma si possono adattare anche alla relazione che si crea tra l’artista e il suo pubblico, tra la fotografa pronta allo scatto sul luogo dell’evento e la ballerina, nella quale il fatto che ‘qualcuno’ la ‘sta guardando’ accende la gioia di fare dono di sé.
Non è un caso che uno degli spettacoli di Carla Fracci che maggiormente restano nella memoria in quest’ultimo decennio sia appunto L’heure exquise di Maurice Béjart, che è una variazione sul tema di Giorni felici di Beckett. Con geniale trasposizione simbolica, la terra nella quale Winnie è immersa diventa qui una montagnola di scarpette da ballo, poetico cumulo dei ‘detriti’ di migliaia di spettacoli, di decine e decine di ruoli sostenuti nei teatri di tutto il mondo. Ma anche in queste mutate circostanze sceniche la domanda di fondo, per ognuno, non cambia: «Ci si può chiedere, in confidenza – scrive Beckett in un passo di Innominabile – perché il tempo [...] non ci lascia, perché si ammucchia tutto intorno a noi, istante su istante, da ogni parte...».
E dunque, che fare? Alla metà degli anni Novanta, che è più o meno il tempo in cui questo libro ha cominciato a farsi, l’avventura che qui si racconta era tutt’altro che prevedibile. Carla Fracci, già da lungo tempo ai massimi livelli internazionali, così come hanno fatto in passato altre grandi ballerine, avrebbe potuto scegliere uno o due ruoli dei suoi più significativi e continuare a danzare solo in quelli, fin tanto che fosse stata per il pubblico un emblema riconoscibile. Ma la grande ballerina classica, l’interprete che per tanti si identifica con la Giulietta e la Giselle della loro vita, non ha voluto trasformarsi nell’icona di se stessa e si è posta un traguardo diverso. Che poi, a ben vedere, non è tanto un traguardo, quanto piuttosto un modo d’essere, la fedeltà a uno stile, l’obbedienza alla regola di mettersi ogni giorno in discussione alla sbarra e sulle tavole del palcoscenico.
C’è qualcosa di faustiano in questo atteggiamento, un sentirsi mai appagati che spinge di continuo ad andare oltre. Come dice Faust a Mefistofele: «Sì, mi sento votato a questa idea, / la conclusione della saggezza è questa: / merita libertà e la vita solo / chi ogni giorno la deve conquistare». Su questa linea, dopo essere stata infinite volte Giulietta e Giselle - e Cenerentola, Odette, Aurora, Gelsomina, Mirandolina... ma anche Medea e Lizzie la parricida... - Carla Fracci ha intrapreso, seguendo rotte attentamente studiate con Beppe Menegatti, il regista che le è compagno anche nella vita, un nuovo viaggio nella complessità dell’universo femminile. Le immagini di Lucia Baldini ne danno testimonianza, a partire da quel punto ‘alpha’ del Novecento che è L’après-midi d’un faune e l’esperienza dei Balletti Russi di Diaghilev. E dunque a partire dallo spavento – che subito diventa curiosità e infine timidezza – della Ninfa davanti all’irruente sensualità del Fauno. Più segreta ed ambigua è invece la partita d’amore, che tra un rimbalzo e l’altro di una pallina da tennis, e sempre nel segno di Nijinskij e di Debussy, si gioca tra il ragazzo e le due ragazze di Jeux.
La storia dell’interprete ci ha poi portato agli ideali rivoluzionari, alle disillusioni e ai lutti di Isadora Duncan, ‘Isadorable’, la donna che, come dice Alberto Savinio, «trovò il balletto e gli uomini ridotti a bambole giranti» e «risuscitò la danza greca». Una lunga serie di amori perduti; e il destino legato alla sciarpa, che per tragica fatalità la strangolò restando impigliata in una ruota della sua Bugatti... E ancora. Il grido muto, e tanto più assordante, di Munch, le sue figure e i suoi paesaggi sospesi sull’orlo dell’abisso accompagnano gli amanti in una Notte trasfigurata di incandescente passione. Il calore che in loro si irradia si spegne invece nel gelo delle acque della Senna in Chéri, storia - nel balletto di Roland Petit come nei romanzi di Colette dai quali è tratto - della «maternità impura di donna senza figli». Anche Léa vive ‘giorni felici’ con quel bambino non suo che le è stato affidato, che ha fatto crescere e che, una volta diventato uomo, la desidera e la ama. Poi c’è la crudeltà della separazione, lo smarrimento dell’abbandono. E quando il giovane torna a lei, come a un ultimo approdo prima di perdersi definitivamente, Léa non sa più amare.
Che cosa è, una ‘Fenomenologia’ o una Educazione sentimentale? No, si fa presto a dire: vedi alla voce ‘amore’. La parola contiene troppi sentimenti; non basta una vita per viverli tutti. Ma è anche questa una circostanza che rende esaltante l’esperienza di Carla Fracci, che nella sua mai appagata ansia di ricerca ha sempre attinto in profondità, come ancora farà in futuro, all’inesauribile fonte dell’Essere donna. A questo essere appartengono tanto l’addio al passato della Signora delle camelie nella Traviata quanto la caparbia volontà di rispettabilità e di decoro che Filumena Marturano afferma per sé e i propri figli nel dramma di Eduardo; tanto gli estri sanguigni, da Cabiria felliniana, della Prostituta di Girotondo romano quanto la bramosia di potere, il dominio del maschio e le ossessioni di Lady Macbeth. In Gerusalemme anche la donna imbraccia il fucile, ma il sangue versato dai figli la rende mater dolorosa e la spinge a chiedere a Dio, con le parole di Mario Luzi, «Abbi pietà per la nostra carne». E infine: la ricchezza dell’anima femminile è tale, che può sconfinare in quella maschile. Allora può eccezionalmente succedere che l’artista, attore o attrice, ballerino o ballerina che sia, incroci la sua strada con quella di Amleto. Sono passaggi rari come quelli di una cometa: è accaduto con una grande attrice come Judith Anderson, già storica Gertrude accanto a John Gielgud, e poi di nuovo con la ballerina Carla Fracci. L’obiettivo fotografico ne ha seguito l’agile figura nera, ha scrutato il viso pallido del ‘principe del sogno’, assorto fino all’estremo sacrificio nel compito che lo spettro del padre gli ha affidato. L’occhio si sofferma sui particolari: il pugnale prima di tutto; e un libro, che per due volte sembra dividere, ma in realtà unisce, due volti che si baciano. Un bacio è quello che Carla-Amleto dà al ragazzo che impersona Ofelia, l’altro è tra Carla e Beppe Menegatti. Al contatto delle labbra, il libro si fa simbolo: svela un momento di felicità scenica e insieme di preziosa intimità, il legame stretto tra il teatro e la vita.
È bello scoprire, con Lucia Baldini, come la fotografia, oggi così propensa a pubblicizzare i fasti dell’apparenza più che a rappresentare l’essere, in realtà non abbia perso la capacità di cogliere immagini della vita interiore. Forse all’origine di tutto c’è lo stesso atteggiamento amoroso che ha accompagnato Carla Fracci nella sua lunga carriera. E c’è la stessa voglia di vivere, e di resistere, che anima Winnie in Giorni felici, a dispetto di tutte le montagnole possibili. Così sfogliando il libro, se in apertura della sezione dedicata a L’heure exquise troviamo la fotografia di due cappelli sul davanzale di una finestra, protetti da una solida e antica inferiata, non chiediamoci se siamo in convento, a scuola o in prigione. Non ha importanza: fuori, c’è il mondo.
(Enrico Gatta)